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Massa, piano strutturale senza FOODPRINT: bocciato!

10 gennaio 2011

 

foodprint Italia

Impronta agricola-alimentare download presentazione

Il nuovo piano strutturale del Comune di Massa, con il suo aumento di volumi edificabili, le cementificazioni come Riva dei Ronchi e le nuove strade come la variantina Aurelia, è la dimostrazione che chi ci amministra ragiona in maniera retrograda, disinformata e unilaterale e ne pagheremo ben presto le conseguenze. Sarebbe fondamentale prima di delineare qualsiasi piano di edificazione che i nostri politici guardassero oltre i loro orizzonti elettorali e tenessero conto delle reali esigenze future della collettività, come ad esempio il FOODPRINT.

Foodprint è una combinazione di food (cibo) e footprint (impronta ecologica). Prima ancora di parlare di paesaggio, occorre ricordare sempre che il suolo fertile è indispensabile al nostro sostentamento.Il Foodprint quindi è il calcolo dell’impronta alimentare, cioè l’estensione di terreno agricolo necessario alla nostra sopravvivenza.

I consumi attuali richiedono per ogni italiano circa 2400 m² di terra coltivabile, che come vedrete non abbiamo più.

Con questi dati calcoliamo il food-print del comune di Massa:

Popolazione abitanti 70818 x 2420 m² = 171.379.560 ovvero gli abitanti di Massa avrebbero bisogno di circa 171 Km² di terreno libero per autosostentare la propria alimentazione, ma visto che il nostro comune si estende su una superficie di 94 Km², alla quale dobbiamo però sottrarre quella cementificata, la zona montana, non sfruttabile dal punto di vista agricolo, e quella inquinata si capisce facilmente che non solo non dovremmo più cementificare, ma addirittura iniziare a decostruire per avere qualche speranza di autosufficienza.

La prima obiezione sarà senza dubbio che possiamo importare cibo da altre zone meno costruite d ‘Italia, purtroppo non è possibile:

Popolazione Italia 60.494.632 x 2420 mq² = 146.397.009 Km², ciò significa che dovremmo poter disporre di quasi 5 volte la superficie del territorio italiano. Capite come ogni problematica quindi non possa prescindere dalle altre: non possiamo più permetterci di cementificare togliendo terra all’agricoltura, ma neppure permetterci di mantenere l’odierno stile alimentare. L’importazione dall’estero non è più certamente la soluzione perché ormai da anni sappiamo che la produzione petrolifera sta calando inesorabilmente, avendo come risultato l’aumento dei prezzi dei carburanti ed il calo della loro disponibilità, quindi trasportare costerà sempre di più e importare cibo sarà sempre più difficile e costoso. Assisteremo anche ad un cambio del paradigma di ricchezza a cui siamo abituati, i paesi ricchi saranno quelli che avranno territorio libero su cui produrre il loro fabbisogno alimentare ed acqua potabile, i poveri saranno quelli cementificati ed inquinati.

La Ricetta. Magari averla, ci siamo mentalmente abituati all’idea che la scienza risolva tutti i nostri problemi e pensiamo di continuare a goderci il mondo consumandolo, ma non è così. Ognuno dovrà fare la propria parte sennò siamo senza dubbio destinati a vedere la nostra fine e quella dei nostri figli. Il buon senso suggerisce che si smetta di mangiare carne, di costruire e di inquinare, ma fondamentalmente dovremo fare un cambio culturale ……..per poter magnare!

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4 commenti leave one →
  1. Gianni permalink
    10 gennaio 2011 20:10

    Edificare porta un vantaggio economico sul momento ma, non molto più tardi, è facile capire che un qualsiasi edificio non genera una rendita per il solo fatto che esista ma solo spese di manutenzione.

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    • Gianni permalink
      17 febbraio 2011 20:20

      A Cassinetta di Lungagnano, un paese non lontano da Milano, il sindaco ha aderito a “STOP del CONSUMO del TERRITORIO” :

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  2. giovanni rutili permalink
    10 gennaio 2011 23:28

    A lvl regionale qualcosa si sta muovendo. Il fatto e’ che Massa arriva sempre dopo la musica. La variantina Aurelia secondo me non e’ una boiata, mentre sul resto (e sul modo vergognoso di fare il piano strutturale con stralci che ne stravolgono il contenuto) meglio lasciar perdere. PEr il consumo del territorio, qualche idea interessante alla Biennale di Carrara. Purtroppo utilizzata come belletto e non come occasione di riflessione
    http://www.2010.labiennaledicarrara.it/gliartisti.asp
    MVRDV+ADEPT (Winy Maas, Schijndel, Olanda 1959; Jacob van Rijs, Amsterdam, 1965; Nathalie de Vries, Appingedam, Olanda, 1965)
    Village in the Sky, 2008 – modello, 125x80x80 cm
    Courtesy MVRDV & ADEPT

    Progettando soluzioni estreme e alternative all’idea di radicamento con il suolo, lo Studio olandese MVRDV in poco meno di vent’anni di attività ha ricreato paesaggi urbani che sfiorano il limite utopico declinando in verticale i concetti di densità ed espansione strutturale. L’ispirazione arriva dalle avanguardie architettoniche degli anni Settanta, dal Monumento continuo di Superstudio alla No stop city di Archizoom, passando attraverso le teorie dell’“architettura mobile”di Yona Friedman.

    Il Village in the Sky, modello in mostra alla Biennale di Carrara realizzato con Adept, è solo l’ultima icona di questa utopia verticale. Sviluppato come una griglia flessibile, questo grattacielo è in realtà un blocco mobile che cambia i propri volumi a seconda della loro destinazione d’uso, riorganizzando lo spazio in un rapporto incessante tra pieno e vuoto – e consentendo così una costante riflessione sul rapporto tra edificio e paesaggio.

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  3. Alessandra permalink
    10 gennaio 2011 23:41

    Ciao, avevo appena letto questo articolo, mi sembra inerente…

    La Regione Toscana spiega le scelte per il fotovoltaico a terra
    A cura del Comune dei Cittadini di Campiglia Marittima (Livorno).

    Lo avevamo detto e siamo stati inascoltati dalle amministrazioni. Vediamo se l’assessora regionale Anna Marson avrà più fortuna. Richiamiamo i nostri Comuni a ravvedersi, finchè sono in tempo. Il danno che stanno facendo alla nostra agricoltura e al futuro di questo territorio è enorme. Possibile che non abbiano ancora imparato ad ascoltare?

    Dopo l’entrata in vigore delle linee guida nazionali in materia di fonti di energia rinnovabile, siamo ora in attesa che le regioni le recepiscono declinando sui loro territori indicazioni e regole che possono aiutare le scelte degli enti locali, ed evitare al contempo il disordine che senza dei “paletti” precisi si può facilmente generare.

    La Regione Puglia per prima ha elaborato un regolamento articolato che tiene conto di tutte le Fer mentre la Toscana ha deciso di affrontare prima l’”emergenza” ritenuta maggiore: i grandi progetti di fotovoltaico a terra. Lo scorso 15 dicembre infatti, la Giunta regionale con una delibera trasmessa al Consiglio, ha individuato come non idonee la aree agricole, definendo le possibili eccezioni per fasce di potenza dell’impianto, rivolte praticamente agli agricoltori che utilizzano il fotovoltaico per i fabbisogni energetici della propria azienda.

    L’assessore regionale all’Urbanistica e territorio Anna Marson ha spiegato nella sua newsletter quali fossero in merito i timori della giunta, timori che hanno poi indirizzato il lavoro degli assessorati al territorio, ambiente e agricoltura: «Il problema delle Fer è che la loro straordinaria incentivazione, soprattutto per produzioni industriali, spinge grandi interessi finanziari a ottenere la disponibilità di grandi estensioni di terreno, generalmente agricolo in quanto più prontamente e a minor costo utilizzabile. Questo nuovo “consumo” di suolo agricolo – ha continuato Marson – avviene senza alcun riguardo alla futura domanda di produzione di cibo e al contesto paesaggistico d’insieme, e quindi al danno potenziale a quelle attività, come agricoltura di qualità, produzione vitivinicola d’eccellenza, agriturismo, che dall’immagine del territorio traggono sostegno alla collocazione sul mercato dei propri prodotti».

    La Giunta toscana con la delibera ha stilato un primo elenco delle zone dove sarà vietata l’installazione di impianti fotovoltaici a terra ponendo un limite alla diffusione in area agricola di impianti fotovoltaici di grandi dimensioni (cioè superiori ai 200 kw) favorendo quelli di piccola (da 5 kw a 20 kw) e media dimensione (da 20 kw a 200 kw), e privilegiando la funzione di integrazione del reddito agricolo. Inoltre tra le aree dove non sarà possibile installare gli impianti fotovoltaici ci sono i siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, come la Val D’Orcia. Indicazioni quindi che favoriscono i piccoli impianti e la generazione diffusa e locale che è alla base della “rivoluzione energetica” da molti sostenuta e che anche il governo dovrebbe incentivare.

    L’assessore Marson poi domanda: «Perché non spostare i grandi impianti di energie rinnovabili “dai campi alle officine”, usando i tetti dei capannoni industriali e commerciali e le relative aree di parcheggio, contribuendo così tra l’altro con gli incentivi erogati per il fotovoltaico a pagare la bonifica delle coperture in amianto? Solo a Prato ce ne sono migliaia e migliaia di metri quadri. La scelta finora fatta dalla Regione Toscana al riguardo, di liberalizzazione dei piccoli impianti per utenze domestiche e delle installazioni sui tetti dei fabbricati privi di valore storico architettonico, con criteri di inserimento nel paesaggio per impianti di dimensione maggiore specificati dal Piano di indirizzo territoriale regionale, è tra le più avanzate in Italia».

    Nelle prossime settimane, ha informato l’assessore, saranno individuate le regole per gli impianti eolici e a biomasse, e i criteri specifici per il corretto inserimento paesaggistico di tutte le Fer. La scadenza per il recepimento è prevista per fine gennaio.

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